Premetto un paio di cose.
Primo.
I lavori di Laura mi piacciono, hanno qualcosa, nella loro semplicità che m'inquieta.
Dolci.
Bambini.
Caramelle.
Tutto ciò m'innesca una girandola di emozioni
che non saprei descrivere.
Insomma, Laura è veramente brava.
Secondo.
Con questo post forse perderò un'amica, ma come ben sapete, sono uno che non sa stare zitto, magari cerco di dire quello che penso in un certo modo, ma alla fine lo dico e basta.
Allora, Domenica scorsa mi
presento in ritardo a questo vernissage in via
flaminia, e precisamente
qui....Il locale non è
ipermegafighetto, è solo un microscopico peletto di figa scampato ad una epilazione totale di più.Io già sono sbadato e scoordinato di mio, in certi posti poi, mi sento come con una corda di Valentino al collo, e peggioro.
Solo a toccare il maniglione lucido dell'entrata mi viene l'ansia.
Arrivo al centro della sala, saluto Laura, baci e abbracci, poso la mia giacca su una sedia.
Laura è
indaffarata a fare public-
relation tra mille e più persone, così decido di farmi un giro per il locale.
Naturalmente non prima di aver
caricato per bene un
flûte di Champagne.
Mentre cerco di perdermi un po' nelle suggestioni dei quadri di Laura, noto che qualcosa mi disturba, è una cazzo di sensazione di costrizione.
A vedere tutta quella gente così impettita, ordinata, pulita, precisa, mi viene da pensare.
Penso a quella tipa bionda, con una
specie di
coroncina che mi sembra
Grace Kelly.
Truccata fino all'
ultimo pelo dei piedi, compostissima, dai movimenti
leggerissimi, sorrisi accennati.
Secondo me queste tipe quando scopano, o scatenano tutta la loro repressione conficcata nei
vestitini stretti, e
appena gli sfiori il monte di
Venere iniziano ad urlare come alpinisti per poi succhiarti il cazzo come una spirometria al contrario, oppure sono tipe che anche se le ficchi una bottiglia di
Mumm riserva da 5 litri su per il culo non fanno che un lieve sospiro composto altrimenti le parte l'
unghia finta.
Non ci sono vie di mezzo, sono come pentole a pressione su un incendio.
Mentre
penso a tutto ciò sento il mio cellulare che squilla, anzi, suona i Metallica.
Mi avvicino alla giacca sulla sedia e metto le mani in tasca per
tirarlo fuori.
Un tizio dall'altra parte del tavolo mi guarda fisso.
"Un fan dei Metalica?" Penso tra me e Marco.
"Forse il suo telefono è nella sua giacca.."
Mi fa il tizio, mentre mi accorgo di stare a
rovistare nella sua.
Sfilo la mano con
nonchalance e sorrido, lui no.
Tiro fuori il cellulare e lo spengo.
Ricarico il
flûte e vado a prendere qualcosa da mangiare.
Ci sono delle
bruschettine e delle salse.
Mi spalmo due dita di crema di olive e ripongo il coltello nel piattino ultramoderno, non so' se avete presente quei contenitori che non sono un piatto, ne una
scodella, ne un bicchiere, ma qualcosa di
darwiniaanamente evoluto dal porta spazzolini da bagno.
Mi giro e alle mie spalle sento un rumore secco, e gli occhi dei presenti si riversano su di me che addento la
bruschettina.
Il coltello è diventato una piccola catapulta, che ha
spalmato crema di olive su delle
bottiglie riserva, prima di finire due metri più in la.
Silenzio.
Mi giro, lo raccolgo e mi avvio a
ricaricare nuovamente il flûte.
La situazione si fa pesante, ogni oggetto potrebbe diventare un'arma
impropria.
Vasi in bilico su strettissime colonnine, bottiglie sporgenti, tette senza reggiseno, discorsi sullo stato dell'arte, tutto.
Vado in bagno, pulitissimo,
luccicante.
Il mio p
iscio frizza nell'acqua, luccica, mica come quando bevo la
Golden Fire alla spina.
Gli
archettitetti e la loro arte di nascondere le cose mi fanno tribolare per trovare il sapone, ficcato in una fessura sul muro,
schiaccio il pulsante e lo schizzo tipo sborrata iper-eccitata mi arriva sugli stivali, neri.
Inizio a passarci fogli di carta su fogli di carta, e dopo qualche minuto mi accorgo di aver riempito il microscopico cestino dell'immondizia incastrato tra due vasi di fiori enormi.
Con uno stivale più brillante dell'altro, torno di la' e
ricarico champagne e
bruschettine, con
discrezione, poi un'occhiata di una tipa arriva sul mio stivale sinistro.
E' diventato bianco e chiazzato come il dorso di una mucca.
Torno in b
agno e cerco di smacchiarlo, con acqua e carta
igenica, cercando di non otturare il cesso, poi, sudato, esco e cerco un'
exit strategy.
Mentre penso ad un silezioso attacco di diarrea, il cameriere che mi serve lo champagne mi guarda e mi fa:
"E' sua la
Mercedes bianca parcheggiata in doppia fila?"
Mi basta un
semplice sguardo, ed una leggero movimento della testa..lui sorride, io ricambio.
Questo è l'ultimo bicchiere, penso.
Mi avvicino a Laura, la saluto,
perché ho una cena
importante, e mi dispiace molto.
"Di già? Ma resta ancora un po'!! Non ti ho nemmeno presentato nessuno, che maleducata.."
"Fa niente, Laura, fa niente..."
"Ma no dai....lui è il mio amico scrittore, quello bravo, di cui ti parlavo.."
Fa ad un tizio li vicino.
"Ma non dire queste stronzate in pubblico, ti prego..."
La parola stronzate pensavo fosse stata sdoganata da tempo nell'
ambiente, invece, a
guardare le espressioni di chi l'ha udita, mi devo ricredere, abbottonare la giacca e andare via, a prendere una birra.